Ultimamente si parla molto di empatia, se ne parla in merito alla gestione dei clienti o degli utenti nella direzione del personale, nella gestione del conflitto o nelle competenze relative all’ascolto. Ormai tutti desiderano essere empatici e sviluppare al massimo questa competenza. Per questo forse è il caso di fare un po’ di chiarezza, quantomeno in relazione al termine stesso.
Il termine empatia[1] ha origine greca emphateia (passione, affezione) e richiama all’entrare dentro alla sofferenza altrui. In italiano il significato del termine empatia si avvicina di più al termine tedesco einfuhlung molto più simile al concetto d’immedesimazione. Possiamo considerare l’empatia come la comprensione dell’altro dal suo interno. Questo implica quantomeno il sapersi calare nell’esperienza emozionale dell’altra persona. In realtà esistono diversi problemi definitori, dovuti sia alla prospettiva terminologica che alla sua utilizzazione in contesti diversi.
Duan e Hill[2] sottolineano il fatto che il termine empatia sia stato utilizzato in riferimento a tre diversi concetti[3]:
- Empatia come tratto di personalità o ad una capacità generale (l’assunzione implicita che sta alla base di questa concezione dell’empatia è che ci sono delle persone che sono più empatiche di altre o per natura o per capacità acquisite attraverso lo sviluppo).
- Empatia come processo (il considerare l’empatia come un processo interpersonale a più stadi implica che l’empatia racchiuda una serie di esperienze).
- Empatia come stato mentale (“empatizzare con un’altra persona all’interno di una situazione specifica implica molto di più che cambiare il proprio punto di vista, significa anche modificare il proprio giudizio rispetto alla situazione, la propria memoria degli eventi e la propria risposta emotiva ad essi, l’idea che ci siamo fatti dei tratti e degli obiettivi di quella persona ed anche la concezione che abbiamo di noi stessi… l’empatia coinvolge una trasformazione strutturale generalizzata nei pensieri e nelle emozioni… l’empatia è uno stato della mente…”[4]).
Non è tanto il viaggio che è importante; come è il modo in cui trattiamo coloro che incontriamo e quelli che ci circondano, lungo la strada
Capire il prossimo è la cosa più difficile.
Devi provare a mettere il tuo occhio e le tue orecchie e le tue dita in quello spazio misterioso tra la pelle di una persona e il suo cuore.
Com’è possibile notare già queste definizioni aprono spazi piuttosto interessanti di riflessione. Se infatti, in accordo con la prima definizione, consideriamo l’empatia come “un’attitudine”, ne conseguirà che alcuni individui sono più empatici, mentre altri no. Se questo può essere considerato vero è pur vero che anche persone dai tratti meno empatici possano comunque formarsi all’empatia. Il pericolo per queste persone potrebbe risiedere nella mancanza di consapevolezza di questa mancanza.
La seconda definizione definendo l’empatia un processo può consentire di lavorare sugli stadi del processo, andando ad intervenire su quelli più deboli al fine di arrivare ad un risultato ottimale.
La terza definizione è la più completa, ed a mio avviso questa dovrebbe essere utilizzata per definire l’empatia nel suo insieme e nella sua straordinaria complessità. Premesso questo occorre anche chiedersi chi vorrebbe
un vigile del fuoco empatico mentre ci salva da un incendio, un dirigente empatico in un’azienda che deve sanzionare del personale poco produttivo, un chirurgo empatico che ci sta operando.
Prima di rispondere a questa domanda può essere utile richiamare alcuni termini che condividono con il concetto di empatia confini sfumati.
- Simpatia: Questo termine deriva dalla parola greca sympatheia, letteralmente “patire insieme”, “provare emozioni con…”.Nel significato etimologico, il termine simpatia è usato per la condivisione di sofferenza o infelicità, mentre nell’uso comune esso può anche riferirsi anche ad emozioni positive. L’emozione quindi deriva dall’altro, ma l’emozione sperimentata non è necessariamente in sintonia con quella provata dall’osservato. Alcuni autori associano la simpatia anche hanno evidenziato come in essa siano presenti elementi di pietà e preoccupazione nei confronti delle altre persone.
Particolarmente interessante risulta la descrizione dell’empatia come un processo molto faticoso nel quale noi cerchiamo di comprendere l’esperienza di un’altra persona, al contrario la simpatia è un’esperienza diretta di consapevolezza percettiva dell’esperienza di un’altra persona, la simpatia sarebbe dunque più spontanea e più facile dell’empatia.
- Disagio personale o personal distress: questa risposta emotiva prevede la possibilità di comprende la situazione dell’altra persona osservata, ma la risposta è un sentimento di ansia e inquietudine centrato su di se.
- Contagio emotivo: si usa spesso questo termine in relazione ai bambini in quanto costituisce la prima forma di condivisione affettiva che manifestano nei primi mesi di vita: la madre è spaventata per qualcosa, il bambino inizia a piangere. Il contagio emotivo costituisce una forma di risposta “automatica”, è presente anche negli animali ed “aiuta” ad esempio a porre in essere comportamenti di autotutela in caso di pericolo (contagio emotivo in seguito alla paura manifestata da un’altra persona/animale). La differenza rispetto all’empatia è piuttosto evidente, in quanto non sono coinvolti, nel contagio emotivo, i processi cognitivi superiori ed il focus attentivo è su se stessi.
- Role taking: spesso, quando si fanno approfondimenti sull’empatia ci si imbatte in questo termine anglosassone. Anche in questo caso non esiste una definizione univoca. Utilizzeremo pertanto quella maggiormente condivisa che richiama al concetto di “mettersi nei panni degli altri”. Nel role taking vengono individuate tre dimensioni:
- Role taking emozionale: capacità di riconoscere le emozioni dell’altro e rispondere affettivamente in modo appropriato
- Role taking cognitivo: l’individuo abbandona il suo punto di vista e prova a comprendere gli stati interni e i pensieri di un’altra impersona.
- Role taking percettivo o perspective taking: letteralmente assumere la prospettiva che ha un’altra persona (che non occupa la nostra stessa posizione ad esempio nello spazio).
Personalmente non amo i termini inglesi, il nostro vocabolario ne è fin troppo pieno. Ritengo però che l’utilizzo del termine empatia in ambito professionale debba rivestire nella maggior parte dei casi il significato attribuito al role taking nelle sue tre principali forme. Questo consente di avere comprensione emotiva, una risposta adeguata all’evento e ai sentimenti dell’altra persone, la possibilità di comprendere cognitivamente quello che l’altro pensa ed il legittimo desiderio (tipico degli ascoltatori veri) di volersi anche spostare dalla propria area di confort (sia questa fisica che psicologica) per poter esplorare il “mondo” dell’interlocutore.
Se questo è vero è anche vero che se vogliamo migliorare il Mondo, anzi i nostri piccoli mondi, l’empatia è quella cosa che ci permette di agire anche nell’interesse dell’altro,: Triste destino quello di chi vive in tempi di persone potenti e prive di empatia!
[1] Per un approfondimento si veda G. Proietti, L’empatia, percepire le emozioni altrui, Xenia edizioni, 2003, pag 3 ss
[2] DUAN, C., e HILL, C. E. (1996). The current state of empathy research. Journal of Counseling Psychology, 43, 261-274.
[3] Ed. Giusti , M. Locatelli; L’EMPATIA INTEGRATA Analisi umanistica del comportamento motivazionale nella clinica e nella formazione, Sovera editore, 2007, pagg 16 ss
[4] a cura di W. J. Ickes ,Empathic accuracy, William Ickes editor, 1997, pagg 322 ss.




