Durante la mia attività lavorativa, mi capita di incontrare persone affaticate che hanno l’aria di essere appena scese da un tapis roulant impazzito.

In realtà hanno passato una giornata in ufficio, come d’altronde fanno tutti i giorni. Il dramma è che la stanchezza spesso si accompagna alla sensazione di aver fatto poco o nulla, rispetto agli obiettivi prefissati.

Una dei fattori che possono dar vita a questo simpatico  connubio di stanchezza e inefficacia è il cosiddetto  multitasking  ovvero la pretesa di poter fare bene più di una cosa contemporaneamente.

Quando si parla di multitasking occorre parlare di attenzione o meglio della possibilità di prestare attenzione.

Pensate ad una normale giornata in ufficio e a quanto tempo potete dedicare ad un compito. Di solito le interruzioni si sprecano e molte non dipendono dalla nostra volontà. Le urgenze si accumulano, le priorità non sempre sono chiare, i rumori di sottofondo sono frequenti.

Se questo non fosse sufficiente anche noi facciamo la nostra parte. Basta uno smartphone per essere collegati  al resto del mondo  e il resto del mondo se lo ricorda (di solito quando non dovrebbe).

Altre volte siamo noi a richiedere attenzione e tra social network, chat di whatsapp e telefonate private facciamo il resto. Quando si è in ufficio può infatti accadere di avere la sensazione che la vita, quella vera sia altrove.

Provate ad esempio a pensare all’ultima riunione alla quale avete partecipato.

Se è durata almeno un’ora quante volte avete avuto l’esigenza di guardare il telefono alla ricerca di email e messaggi vari? Siete riusciti a resistere a questa terribile tentazione?

La biologia umana fornisce la risposta al posto nostro. Come sostiene Russell Poldrack  neuroscienziato e ricercatore  all’Università  del  Texas ad Austin, il nostro cervello è programmato per ignorare il vecchio e concentrarsi sul nuovo. La novità è praticamente irresistibile nella raccolta di informazioni e questo è dovuto ad una scelta evolutiva saggia (prima dell’avvento degli smartphone).

Sarebbe infatti inutile spendere tutto il nostro tempo ed energie notare le molte cose intorno a noi che non cambiano di giorno in giorno. La novità è collegata ad un neurotrasmettitore e nello specifico alla dopamina.

Molti erroneamente pensano alla  dopamina come neurotrasmettitore “buonista”, perché i farmaci che creano euforia, come la cocaina e metanfetamine, causano un aumento della dopamina in particolari parti del cervello. Tuttavia, un numero crescente di ricerche indica che la dopamina è più come il neurotrasmettitore “ne voglio ancora!!!”.  Forse a causa di questo motivo molti ricercatori parlano di dipendenza dalla posta elettronica e offrono interessanti ricette per disintossicarsi.

Sopravvivere senza lasciarsi traviare da continue interruzioni è possibile o meglio è opportuno.

Sempre secondo Poldrack il multitasking influisce negativamente sulla qualità dell’apprendimento.

Anche se si impara questo tipo di apprendimento risulta  meno flessibile e più specializzato, quindi non è possibile recuperare le informazioni facilmente.

Questo è dovuto ad un diverso utilizzo delle aree del nostro cervello. Durante il multitasking le aree che risultano interessate sono quelle dello  striato, una regione del cervello coinvolta nell’apprendimento di nuove competenze, mentre le scansioni cerebrali di persone che non sono distratte mostra attività nell’ippocampo, una regione coinvolta nella memorizzazione e nel richiamo delle informazioni.

Noi non siamo costruiti per lavorare in questo modo ed il rischio che si corre è quello di avere una sensazione di efficacia a breve termine che con il tempo rischieremo di pagare con un prezzo decisamente elevato.