In questo periodo storico così fluido, dove il termine crisi ha abbondantemente surclassato quantitativamente il termine stress, stanno emergendo dinamiche particolari, delle quali sarebbe opportuno prendere nota per non ripercorrere gli errori che ci hanno condotto sino a qui. Premesso che non credo ciecamente alla possibilità dell’uomo di apprendere dai propri sbagli, la crisi che non è solo economica, ci permette anche il privilegio di fermarci e pensare a particolari che di solito sfuggono distrattamente alla nostra attenzione.

Da quando la politica in primis ha iniziato ad utilizzare il termine fannulloni per i dipendenti pubblici, mi sono chiesta che tipo di reazione avrebbe scatenato un simile atteggiamento applicato ad un contesto aziendale privato, magari metalmeccanico. Inutile dire che le risposte che mi sono data sono tante ed alcune probabilmente frutto della mia esperienza di consulente, esperienza che mi porta ad apprezzare enormemente una “quasi” emozione come quella dell’orgoglio.

Dell’orgoglio non si parla molto, in alcuni contesti viene quasi considerata una parola tabù. Per alcuni il termine orgoglio richiama elementi esclusivamente negativi. Già Rousseau aveva distinto l’amor proprio dall’orgoglio, dando al primo caratteristiche positive, naturali, universali volte anche alla conservazione della specie; ed all’orgoglio le caratteristiche di relatività, ed artificialità, un sentimento che induce gli individui ad attribuire più importanza  a se stessi rispetto a chiunque altro.

Alcuni studi (come quelli di Jessica L. Tracy e Richard W. Robins ) ci consentono di trovare la quadratura del cerchio. Secondo questi studiosi infatti l’orgoglio avrebbe due facce: la prima, definita  orgoglio alpha o autentico può’ essere sintetizzata dalla frase “sono stato promosso perché ho lavorato bene”, la seconda “orgoglio presuntuoso” “sono stato promosso perché sono il migliore!”. Sostanzialmente, mentre il primo atteggiamento rinforza elementi legati all’autostima, il secondo rinforza elementi legati al narcisismo. Ultimamente ho potuto constatare che le vicissitudini economiche hanno rinforzato l’orgoglio alfa, spazzando via molti atteggiamenti narcisistici. Questo elemento emerge parlando con dipendenti che rischiano la cassa integrazione, con imprenditori che rischiano di chiudere l’azienda, si evince dalle loro parole, da come il plurale “noi; nostro/a” ha sostituito un imbarazzante singolare.

Non si lavora più perché è normale, o addirittura perché è una condanna che tocca a gran parte dell’umanità, ma perché ci si impegna, ci si reinventa, ci si sforza molto di più. D’altronde è il nostro stipendio che stiamo difendendo e perché si raggiunga l’obiettivo la nostra azienda deve andare bene. Da questo punto di vista, la crisi rischia di far emergere energie pulite, non logorate dal tempo e dall’abitudine, valori nuovi sui quali risulta possibile ricostruire anche una nuova immagine di se.

In questo contesto è importante però evitare alcuni errori di gestione ad esempio quelli dedicati ai “finti controlli”. Non si valuta il raggiungimento dell’obiettivo, il lavoro svolto, ma l’atteggiamento da bravo alunno del dipendente. Qui paghiamo uno scotto culturale antico, l’alunno bravo è quello che non disturba e se ne sta zitto in aula. E così la tentazione di portare al primo posto della valutazione il numero delle pause fatte (sigaretta, caffè ecc. ) anche in quei contesti dove lo scambio informale risulta strategico, rischia di far peggiorare il clima e far focalizzare i dipendenti sulla dimostrazione tangibile di ubbidienza e precisione (sono rimasto tutto il giorno nel mio ufficio…anche più tempo di quello che mi sarebbe servito a finire il lavoro).

Se questo discorso vale per chi lavora nel settore privato, quali considerazioni dovrebbero emergere per chi il lavoro non rischia (o a minor rischio) di perderlo a causa di un peccato originale che si concretizza nell’aver superato un concorso?

Forse sarebbe opportuno ricordare più spesso che i sentimenti di orgoglio alpha rinforzano i comportamenti come l’altruismo ed il raggiungimento degli obiettivi, ma se questo è vero è vero anche il contrario: la perdita di orgoglio provoca aggressività e comportamenti antisociali, risposta automatica ad una minaccia apportata all’io.